Per la mia esperienza personale, il Festival di Sanremo si divide in A.J. e P.J., ma non c’è nessun “Jesus” di mezzo. Si tratta della manifestazione Ante Jalisse e Post Jalisse.
A. J.
Il Sanremo prima dei Jalisse era torbido ed effervescente. Nelle prime file c’era sempre un campionario di facce patibolari, individui che con evidenza più che a Sanremo erano fedeli devoti di San Vittore. Si parlava di tangenti, assegni, mazzette, il marchese Gerini sventolava le fotocopie degli assegni versati dagli organizzatori ai politici, si ipotizzava la spartizione democristiana: ai forlaniani lo spettacolo, ai demitiani l’informazione. Si aggiravano critici musicali collusi, discografici onniscienti, artisti che se la tiravano, impresari bulimici, masse di giornalisti inviati che avrebbero potuto rivoltare l’Italia come un calzino impegnati per una settimana di vacanza. Vincere era importantissimo, si vendevano i dischi e partivano le tournée per tutta Italia, feste patronali comprese. “Striscia” nel marzo 1990 fece il suo primo scoop: rivelò i nomi dei primi tre classificati: al primo posto i Pooh, al secondo Toto Cutugno, al terzo la coppia Amedeo Minghi – Mietta. Il fatto che “Striscia”, agli inizi, non venisse presa in nessuna considerazione favorì la rivelazione: nessuno della Rai e dell’organizzazione guardò la prima edizione di “Striscia” delle 21, si accorsero dello scoop solo nella replica notturna, quand’era troppo tardi per cambiare le carte in tavola. Fu un evento clamoroso. All’epoca si disse anche che noi avessimo utilizzato una microspia. Posso assicurare che chi ci fece la soffiata fu un individuo dalla statura assolutamente normale. Da quell’anno cominciò però la nostra missione di guastatori e nel ’95 riuscii addirittura ad infiltrarmi nel gruppo Riserva Indiana di Sabina Guzzanti e a cantare sul palco dell’Ariston. Nascosta sotto il cappello avevo una telecamera con la
quale ripresi le condizioni fatiscenti e assolutamente non a norma del back-stage. Documentammo il finto tentativo di suicidio di Pino Pagano, che qualcuno disse fosse servito ad assegnare in appalto il controllo del Festival, fino allora affidato a carabinieri e polizia, alla “Verona Investigazioni e Sicurezza” indagata l’anno dopo per traffico di droga. Cominciò la demonizzazione di “Striscia la notizia” con la falsa accusa di aver messo delle microspie (altro appalto per la bonifica), di aver stampato i manifesti mortuari di Pippo Baudo, addirittura di aver fatto aggredire la nostra troupe ecc. ecc. Per rivelare i nomi dei vincitori dovevamo ricorrere ad espedienti enigmistici. Poi arrivò la vittoria dei Jalisse.
P. J.
Il Sanremo dopo i Jalisse non fu più lo stesso. Inspiegabilmente, e in maniera per me del tutto ingiusta, i vincitori di quell’anno, invece di essere lanciati in un radioso futuro, evaporarono. Da allora vincere Sanremo non fu più importante. Dopo due mesi il cantante vincitore viene matematicamente dimenticato. La manifestazione si è trasformata da gara canora a trasmissione televisiva. Ora conta chi la presenta e che ospiti riesce a convocare: i cantanti concorrenti sono mere comparse. Gli unici inciuci pensabili sono le controprogrammazioni con Mediaset, per favorire questo o quel presentatore, ma è robetta. Riuscirà il Festival di Sanremo a ritornare ai fasti di un tempo? Come tutti sanno San Remo è un Santo e se finora ha dimostrato solo di avere le mani bucate, non è detto che miracolosamente riesca anche a risorgere. Preghiamo tutti insieme.
tratto dalla Prefazione al libro ”Vox Populi-Voci di sessant’anni della nostra vita” di Gigi Vesigna – Edizioni Excelsior 1881, Milano febbraio 2010 – pagg. 648, Euro 21,50