Mercoledì 31 marzo 2010 in diretta alle ore 21.10 su Italia 1 nuovo appuntamento con “Le Iene Show”, con servizi, indagini e reportage esclusivi. Al timone del programma, in diretta dallo studio 14 di Cologno Monzese, il trio composto da Luca e Paolo e Ilary Blasi.
Intervista esclusiva al magistrato Nicola Gratteri, attualmente Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria e uno dei massimi esperti di ‘Ndrangheta. L’uomo -autore di diversi libri sulla mafia calabrese- che vive sotto scorta dal 1989, si è raccontato alle Iene, dalla sua infanzia all’attuale situazione in cui vive, con lo spettro della morte sempre presente, fino diverse distorsioni del sistema giudiziario che, talvolta, compromettono il suo stesso lavoro.
A seguire alcuni stralci dell’intervista:
Iena: Cosa è l’Ndrangheta?
Nicola Gratteri: È l’organizzazione più forte, più dura, più cruda e più asciutta che esista al mondo in questo momento. E più ricca.
I: Perché?
N. G.: Perché ha il quasi monopolio dell’importazione di cocaina e non esiste attività più redditizia al mondo che non sia il traffico di cocaina.
I: Perché se l’Ndrangheta fa così tanti soldi la Calabria è la regione più povera d’Italia?
N. G.: Perché i soldi rimangono nel centro e nord Italia e in Europa.
I: Perché non investe in Calabria l’Ndrangheta?
N. G.: La gente la si tiene povera, per poterla umiliare, per poterla controllare in modo tale che la gente abbassa la testa e obbedisca ancora di più alla ‘Ndrangheta.
I: C’entra niente l’Ndrangheta con i rapimenti?
N. G.: L’Ndrangheta ha avuto il monopolio dei rapimenti soprattutto in Lombardia, in Piemonte e in Emilia Romagna.
I: Le forze dell’ordine che percentuale di droga riescono a fermare?
N. G.: Non più del 10% di quella che arriva.
I: Sei favorevole alla liberalizzazione della droga?
N. G.: Assolutamente no.
I: Cosa è successo in Germania a Duisburg?
N. G.: È successo un errore nella strategia della ‘Ndrangheta. Quello di avere ucciso sei persone all’estero.
I: La faida di S. Luca si è fermata?
N. G.: L’elité della ‘Ndrangheta dopo un mese e mezzo ha imposto la pace fra i due blocchi di famiglie. In questo momento è come un vulcano spento.
I: È vero che i nuovi capi sono laureati?
N. G.: Sono medici, ingegneri, avvocati.
I: È vero che l’Ndrangheta ha messo radici anche in Germania?
N. G.: In Germania sì. Ha strutture uguali a quelle che ci sono in Calabria.
I: E proprio in Germania l’Ndrangheta gestiva i voti per eleggere a Senatore Di Girolamo.
N. G.: Sì. Perché è sbagliata la legge elettorale all’estero.
I: L’Ndrangheta è di destra o di sinistra?
N. G.: L’Ndrangheta non ha ideologie. Non è né di destra né di sinistra. L’Ndrangheta da il pacchetto di voti al miglior offerente.
I: Quanto servono le intercettazioni nella lotta all’Ndrangheta?
N. G.: Le intercettazioni sono fondamentali, è il mezzo più economico e garantista per la ricerca della prova.
I: Perché nella ‘Ndrangheta ci sono così pochi pentiti?
N. G.: È perché si è parenti fra di loro, quindi un collaboratore di giustizia dovrebbe parlare prima di duecento parenti, poi degli amici e poi dei nemici.
I: È possibile sconfiggere l’Ndrangheta?
N. G.: No. L’Ndrangheta finirà quando finirà l’uomo. È possibile arginarla.
I: La prima cosa che dovrebbe fare la comunità Europea.
N. G.: Omologare i codici. In Europa gli stati sono all’anno zero nella lotta alle mafie.
I: Immagini di combattere l’Ndrangheta per tutta la vita?
N. G.: Sì, certo.
I: Borsellino diceva “sono un morto che cammina”. Tu?
N. G.: Io… Penso e parlo anche con la morte.
Inoltre, negli ultimi mesi molti lavoratori disoccupati o cassaintegrati hanno deciso attirare l’attenzione pubblica utilizzando forme di protesta sempre più appariscenti come (forse è l’esempio più noto) salire ad oltranza sui tetti di alcune imprese. A riguardo Enrico Lucci si è recato sull’isola dell’Asinara per raccogliere le testimonianze di diversi cassaintegrati (per la maggior parte di un’azienda petrolchimica di Porto Torres ma non solo), che per raccontare le disperate situazioni finanziarie in cui versano, si sono rinchiusi all’interno dell’ex carcere di massima sicurezza dell’isola. La Iena intervista quindi diverse persone, in cassa integrazione da novembre dello scorso anno, che spiegano il perchè del loro eclatante gesto, che li ha portati da oltre un mese a vivere nella vecchia struttura penitenziaria.
Lo Z.E.N. (acronimo di Zona Espansione Nord) di Palermo è un quartiere popolare alla periferia Nord del capoluogo siciliano dove abusivismo e criminalità sono una presenza costante nella vita delle persone che vi abitano e con cui bisogna convivere. Giulio Golia si reca sul posto per raccontare l’incredibile storia di una donna che, residente lì da oltre 20 anni, dopo un’assenza di due settimane, si è vista occupare il proprio appartamento dal figlio del suo stesso dirimpettaio. Una situazione che, verificatasi a maggio dello scorso anno, non trova tuttora soluzione, obbligando la signora a vivere a casa delle figlie. L’inviato delle Iene, dopo aver raccolto la sua testimonianza, intervista anche l’occupante e il padre, i quali raccontano i motivi che li hanno spinti ad impadronirsi dell’abitazione della vicina.
Infine, le Iene raccolgono la sconvolgente confessione di Salvatore Domolo, 44 anni, primo prete nella storia della Chiesa Cattolica che ha chiesto e ottenuto di essere “sbattezzato” e che da bambino è stato vittima di pedofilia da parte di un religioso.
Salvatore, ex parroco della diocesi di Roma e prima ancora di quella di Novara, racconta di aver subito ripetuti abusi sessuali da parte di un prete durante la sua infanzia, dagli 8 agli 11 anni, quando faceva il chierichetto nella parrocchia vicino casa. Dopo avergli fatto bere dei liquori fatti in casa e con la scusa di rammendare suoi slip, il sacerdote abusava del ragazzo presso la propria abitazione. Salvatore, da allora, si chiude in un silenzio “paralizzante” e non riesce a parlarne con nessuno per anni. Racconta, inoltre, di non essere stato l’unico tra i chierichetti ad aver subito questo tipo di attenzioni.
Per dimostrare a se stesso che si può essere preti diversi dal suo molestatore, a 11 anni decide di entrare in seminario a Novara; da allora il prete, ai tempi sessantenne, smette di abusare sessualmente di lui. A 14 anni racconta la sua terribile storia al suo padre spirituale in seminario, il quale, invece che denunciare l’accaduto, gli chiede di confessare gli abusi subiti come fossero peccati da lui commessi, tutto all’interno del sacramento della confessione, e poi lo invita a non raccontare il fatto a nessuno. Con il segreto di confessione infatti – spiega Salvatore – il padre spirituale del seminario poteva salvaguardare il religioso pedofilo non essendo autorizzato a parlarne più con nessuno. Il ragazzo continua, così, a convivere con il suo dramma interiore per svariati anni senza poterne parlare con nessuno.
A 19 anni, mentre è ancora in seminario, scopre, inoltre, di essere omosessuale e consuma il suo primo rapporto durante un pellegrinaggio a Lourdes. Da allora, afflitto da uno spaventoso senso di colpa, non ha più avuto rapporti. A 25 anni, dopo essere diventato prete nel 1990, non riesce più a vivere castamente il celibato e a trattenersi dal vivere liberamente la sua omosessualità. Nonostante sia divenuto un sacerdote, ricomincia ad avere rapporti omosessuali, sempre vissuti con grandi sensi di colpa e, poi, confessati al proprio padre spirituale. Alla presenza del proprio padre spirituale, inizia allora un percorso psicologico di analisi, in seguito al quale riemerge il trauma della violenza subita da bambino. Nonostante il padre spirituale gli consigli nuovamente di non parlarne a nessuno e affidare il proprio dramma e il proprio carnefice alla misericordia di Dio, Don Salvatore, per l’immenso senso di angoscia, di colpa e di tradimento che lo invade, decide di raccontare tutto al proprio Vescovo, che si prende del tempo per capire cosa fare. Passano mesi e allora nel 2005 don Salvatore decide di auto-sospendersi e di ritirarsi nella provincia di Milano come “prete operaio”.
Ad ottobre 2009, però, dato che la Chiesa non prende alcun provvedimento ufficiale e non lo sospende come sacerdote, don Salvatore chiede di essere “sbattezzato” (nello specifico che il proprio nome venga tolto dall’elenco dei battezzati presso la propria parrocchia).
Attualmente, Salvatore, racconta di “essere felice, di credere profondamente in Dio e di aver perdonato il prete gli ha fatto del male quando era bambino”, ma non riesce a fare lo stesso con la Chiesa , per il modo in cui ha gestito il suo caso di violenza sessuale quando era minorenne.
Quando gli viene chiesto in merito ai recenti scandali sui preti accusati di pedofilia, dichiara: “Io non mi meraviglio. Io dico solo che abbiamo scoperto la punta dell’iceberg” e aggiunge: “I crimini vanno denunciati all’autorità giudiziaria. La Chiesa giustamente deve condannare il gesto, ma condannarlo in modo definitivo. Senza se e senza ma.”
Alla domanda su come la Chiesa può risolvere il problema della pedofilia al suo interno, ammette: “Se la Chiesa non ha il coraggio di ritornare al Vangelo, quindi ad una visione di servizio e non di controllo delle coscienze, i preti pedofili ci saranno per tutta la storia dell’uomo”.
Infine, ai preti pedofili dice: “Abbiate il coraggio di parlarne con qualcuno che non sia all’interno della Chiesa. Con uno psicologo cioè con persone che vi aiutino non a nascondere ma ad uscire allo scoperto”. E poi , aggiunge: “Un prete pedofilo assolutamente deve finire in galera, perché solo in quel modo il prete pedofilo si troverà con se stesso. Si troverà con una rieducazione fatta in modo serio”.